Tra arte e vino, il viaggio continua a Gibellina, Santa Ninfa e Salemi

Oggi ho appuntamento nella cantina delle Tenute Orestadi. Questa è una di quelle cantine che ho inserito nel mio percorso perché io possa – attraverso il vino – raccontarvi anche qualcos’altro. E di altro ce n’è davvero tanto.
Ad attendermi all’appuntamento trovo Annapaola, che ha lasciato il Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo, di cui Tenute Orestiadi è Main Sponsor, per incontrarmi.
Alla vista del mio Bus i suoi occhi si illuminano e subito mi chiede di fare una foto.

Annapaola vorrebbe condurmi ad un classico tour della cantina, ma io sono curioso e voglio assolutamente scoprire “l’altro” che si cela dietro le loro bottiglie.
Tutto in realtà è raccontato nella stanza delle degustazioni ed è qui che Annapaola mi svela la filosofia delle Tenute, nate da una collaborazione con la Fondazione Orestiadi. Qui entriamo nel vivo della nostra conversazione e comincio a capire cosa sia Gibellina che, fino a ieri, per mia indolenza, mi era stata rappresentata solo come un luogo colpito dal terremoto del 1968 e poi ricostruita secondo dei piani politici che spesso hanno avuto fini diversi da quello di aiutare fino in fondo le popolazioni coinvolte.

Ecco che un uomo, l’allora sindaco di Gibellina, decide di impegnarsi in prima persona nella rinascita del paese e coinvolge artisti dal tutto il mondo facendo diventare Gibellina un vero e proprio museo a cielo aperto. All’interno della Fondazione inoltre è allestito un museo fantastico con opere uniche provenienti da lasciti devoluti direttamente al sindaco Ludovico Corrao.
Altra risorsa naturale in zona è l’agricoltura, ecco dunque che Le Tenute e la Fondazione decidono di collaborare per dare visibilità al territorio di Gibellina, cercando di ricreare un’ulteriore attrattiva tramite un polo enologico di qualità. Per avvalorare questo progetto, le Tenute Orestiadi decidono di produrre e imbottigliare solo ed esclusivamente vini provenienti da uve autoctone del territorio del Belice.
Questa la sintesi di una piacevolissima conversazione con Annapaola, che mi ha promesso di mostrarmi i dettagli del museo della Fondazione in un’altra circostanza.

Con questa promessa lascio Gibellina e mi dirigo verso Santa Ninfa, quasi cinque minuti di strada.

Faccio una sorpresa ad un amico che non sa del mio passaggio. Giacomo Funaro è un giovanissimo produttore che ha iniziato a fare vino nello stesso momento in cui io ho deciso di fare il ristoratore. Quando gli feci visita durante il mio precedente viaggio con la Vespa, nella sua cantina c’erano solo un pilastro e una escavatrice. Adesso ha una bellissima cantina che si affaccia sulla valle del Belice. Mi fa notare che da oggi, in coincidenza del mio passaggio a sorpresa, sono iniziati i lavori di ampliamento. Forse devo venire a trovarti più spesso amico mio.

Rimango in territorio belicino e mi dirigo a Salemi, alla cantina Musita. Ad accogliermi trovo Vito e le sue due cugine che mi conducono all’interno dei loro impianti. La cantina è stata ricreata all’interno di ciò che in tempi passati doveva essere stata una delle cooperative sociali più grandi della Sicilia. Producono molti vini, sia da vitigni internazionali (Chardonnay e Cabernet Sauvignon) che autoctoni (Catarratto, Grillo, Nero d’Avola), venduti prevalentemente all’estero.
Il tempo stringe, devo rimettermi in movimento direzione Trapani. Saluto quindi Vito e le sue cugine e mi risalgo a bordo del mio Bus.

Decido di raggiungere Trapani utilizzando la vecchia strada statale che si districa tra case diroccate, ponti ferroviari di epoca fascista distrutti e vigneti a perdita d’occhio, ma il mio occhio cattura un fotogramma: il cartello che indica direzione Dattilo… associazione di idee… cannolo! Alle 18:00 della sera può definirsi merenda? Facciamo finta di sì. Mi fermo per un buonissimo cannolo e riparto.
Ho una nave che mi aspetta. Direzione: Pantelleria!