Il Bus sbarca a Pantelleria, viaggio tra gli alberelli dell’isola nera

Sbarco sull’isola di Pantelleria quando il sole non si è ancora del tutto alto. La luce che si genera è ambrata. Sarà quello il colore che mi accompagnerà in tutti i momenti in questa mia visita a Pantelleria. E’ ancora molto presto quindi decido di fare un giro di perlustrazione , così percorro tutta la strada perimetrale che costeggia il mare e che in certi tratti sembra sfiori lo strapiombo. Non ho ancora preso confidenza con le dimensioni del Bus quindi decelero e uso il doppio della prudenza anche perché alcune curve della strada sono a ridosso del mare.

I galleggianti di segnalazione posizionati nei serbatoi di benzina e olio del Bus sono molto sensibili alle pendenze della strada così ad ogni discesa e ad ogni salita si accendono le spie e a me sembra di dover rimanere in panne da un momento all’altro. Il panorama fuori dal finestrino è suggestivo ma per un viaggio come il mio, improntato quasi esclusivamente sull’argomento vino, i luoghi migliori si trovano all’interno dell’isola. Lo ricordo dal precedente viaggio in Vespa quando il mezzo di allora mi permetteva addirittura di percorrere strade anche non asfaltate e di entrare fin quasi dentro le vigne.

Qualunque racconto che parli di vino in Sicilia non può prescindere dalla visione di Pantelleria. La viticoltura è stata da sempre fonte primaria di reddito per tutti i panteschi. Ogni abitante di Pantelleria ha posseduto in passato almeno un piccolo fazzoletto di terreno in cui allevare i propri alberelli. Qui non esistono i filari come i sistemi di allevamento presenti sulla terra ferma. Sull’isola le condizioni climatiche sono talvolta molto estreme e a causa dei forti venti a cui è esposta l’isola, le piante sono costrette a svilupparsi in orizzontale, formando appunto dei piccoli alberelli. Ogni alberello ha bisogno di cure e attenzioni particolari affinché, nel corso degli anni, si sviluppi e produca il massimo atteso dall’uomo. “Occorrono schiene dure perché la terra è bassa” dicono gli anziani dell’isola.
Potature, cimature, zappature, raccolti, tutto è un lavoro duro che i giovani non vogliono più fare e che gli anziani non possono più fare. Il risultato è che ettari di terreni e vigneti sono in abbandono.

Raggiungo Mueggen dove qualche anno fa conobbi Salvatore Ferrandes, un uomo molto riservato che produce uno dei migliori passiti dell’isola. Trovarlo non è semplice. Provo a ripercorrere i luoghi e le strade che in passato mi hanno permesso di conoscere la sua storia i suoi vini. Niente. In casa non c’è e i vicini non sanno darmi altre informazioni. A Mueggen riconosco i suoi alberelli, la sua cura verso di essi è quasi maniacale. Continuare oltre in questa ricerca mi sembra come profanare la quiete e la riservatezza di un uomo che ha scelto con rispettosa umiltà che a rappresentarlo siano solo i suoi vini. Sembra che l’Unesco, nel dichiarare la pratica agricola della coltivazione della vite Zibibbo ad alberello di Pantelleria “Patrimonio dell’umanità”, si sia ispirata alle sue piante.

Percorro la piana di Ghirlanda e dalla conformazione geologica mi sembra di scorgere la sommità di un cratere. Vigneti delimitati da perfetti muretti a secco con la tipica pietra lavica del posto. In lontananza scorgo due figure sedute su di un muretto ai lati della strada. Uno dei due mi fa cenno di fermarmi. “Tu sei Gianfranco?” il mio Bus è diventato famoso. Lui è Battista Belvisi di Abbazia San Giorgio, insieme ad Antonio  stanno raccogliendo gli ultimi grappoli di uva di questa modesta vendemmia. Mi unisco a loro a provo ad aiutarli. Battista produce uno dei vini più estremi che si produca sull’isola tanto estremo da chiamarlo Orange. Credo sia l’unico vino prodotto da un pantesco con uve Zibibbo ottenuto con il metodo della lunga macerazione. Mi porta nella sua cantina, il più estremo dei “garagiste” francesi a confronto…Piccole quantità, tremila bottiglie l’anno tutte fatte con passione, rispetto della natura e tanta ma tanta cultura.

A contrada Bukkuram raggiungo Fabrizio Basile nella sua Cantina Basile. Sembra un vulcano dentro ad un vulcano solo che lui è pronto ad esplodere. Quando lo conobbi nel mio precedente viaggio produceva pochissime bottiglie da un’unica varietà. Adesso è diventato il secondo produttore pantesco per capacità di imbottigliamento. “Pantesco, pantesco”, e me lo ripete fino alla nausea. Si inorgoglisce all’idea di essere uno dei pochi giovani panteschi che ha deciso di lottare per la sua terra e difendere l’onore del Passito di Pantelleria contro tutti i disciplinari, contro tutti i capitalisti, contro tutte le manovre di potere. Finalmente si placa e mi mostra fiero il suo ultimo “brevetto” uno stenditoio verticale per appassimento delle uve. Geniale! Quando finalmente stappa il suo vino e assaporo il risultato di tanta veemenza capisco Fabrizio. Bravo amico mio, stai facendo un ottimo lavoro! Ma il Passito di Pantelleria ha bisogno di tutti voi e non importa se “chiddu è Marsalisi” e se “chiddu usa le anfore”, noi che amiamo il vino vogliamo continuare ad emozionarci ad ogni assaggio e che di Pantelleria si possa dire sempre che si produce il vino più buono del mondo.

Si è fatto tardi, nella piccola borgata di Scauri questa sera nel piccolo cineteatro proiettano un interessante docufiction sulla viticoltura enoica a Pantelleria. Quando esco dal cinema è veramente molto tardi e per la tanta stanchezza accumulata decido di passare la notte accucciato all’interno del Bus. Mi sembra il giusto modo di vivere questo viaggio.